This series was exhibited in Milan and Pordenone, Italy in 2019. This is the text written by the late Guido Cecere to accompany the exhibition:


Vedere meglio.

Il bosco è, per sua natura, un luogo di grande fascino, da sempre. Legato a metafore, a partire dalla “selva oscura” dantesca fino a Cappuccetto rosso e così via. Richiama, a volte, un senso di grembo materno o di rifugio, a volte un sito pieno di mistero, insidie, e quindi difficile da “attraversare”. Ma il bosco di Colin Dutton non è tutto questo e neanche il bosco secolare e trionfale di Ansel Adams con diagonali di luce e tronchi maestosi. E’ piuttosto un luogo silenzioso e sereno dove lui ama andare per rilassarsi, scoprire il bello e vedere meglio.

Da circa sei anni il nostro artista compie un paio di uscite all’anno per recarsi in boschi invernali che lui stesso definisce “umili”, di una dimensione vivibile, senza senso di maestosità, quindi in un certo senso, poco “fotogenici”. Ma è proprio qui che risiede la sua creatività, delicata, sussurrata, elegante. Cerca l’ispirazione dove gli altri non la cercherebbero, perché si sa che l’essenziale è invisibile ai più. E allora si tratta quasi di una sfida, o forse di un modus operandi, che rifugge dalla spettacolarità di facile presa per mettere invece in gioco il suo sguardo semplice, quasi innocente, coniugato con la raffinatezza di un professionista consumato.

Per Colin guardare non è solo un atto percettivo: vedere vuol dire essere costantemente sorpresi da qualcosa e saperla valorizzare, per poi poterla offrire e condividere.
Il nostro grande Luigi Ghirri diceva che “Per trasformare il guardare in vero vedere, si deve sostare e contemplare” e lui lo fa.

Ma c’è di più: la modalità, sia di ripresa sia di esposizione del lavoro, non è una semplice (e magari un po’ noiosa) sequenza di scatti simili tra loro, ma piuttosto un altalenante gioco di scatti vicini e lontani, semplici e complessi, piccoli e grandi per cui il tutto, pur in una sua estrema coerenza, diventa vario e dinamico e ci propone di osservare il caos e l’ordine, il grande e il piccolo. Si noti comunque che, anche quando Colin si confronta con la complessità, non ne viene mai sopraffatto, ma riesce, invece, a trovare una sua lettura personale e affascinante. Nel dettaglio, poi, viene fuori quello che può essere definito il “Design della Natura”, la bellezza che deriva proprio dall’utilizzo di un mezzo, la Fotografia, che è strumento ideale per registrare ed esaltare non solo la cosa in sé, ma anche ciò che in essa vi è di magico, come per esempio le tracce scavate da insetti nel legno, che diventano grafie arcaiche e misteriose. Per meglio isolare i dettagli dal contesto il fotografo si vale di uno sfondo neutro che porta con sé, sicché il soggetto guadagna una nitidezza e una leggibilità che ai nostri occhi appare piacevole e insolita.

Infine le cornici, troppo spesso utilizzate in maniera standard e poco attenta. Per Colin, invece, sono parte integrante dell’opera, sono da lui stesso confezionate in legno di faggio e restano aperte su due lati, quasi a voler dare aria alle sue opere, senza costringerle dentro un perimetro forzato. Dimostra sensibilità anche in questo.

Da tutto ciò ricaviamo due riflessioni: non si fotografa ciò che si vede, ma ciò che si sente, e, soprattutto, dovremmo imparare a vedere meglio, non solo per la Fotografia, ma per apprezzare meglio la Natura e la Vita.

Guido Cecere

Using Format